Personal Branding: una disciplina, non una formula magica

     Le basi del nostro lavoro      Claudio Gagliardini

Il personal branding è una disciplina basata su poche semplici regole di buon senso e di crescita personale. Non si tratta di una formula magica per diventare guru di qualcosa, ma di un percorso di miglioramento personale.

Personal Branding: una disciplina, non una formula magica

Si fa un gran parlare di personal branding, negli ultimi anni. Ovunque sbucano corsi, guru, pubblicazioni, workshop e seminari e l'idea che questa pratica sia fondamentale, per avere successo, negli affari e nella vita, è sempre più accreditata.

Come accade in molti ambiti, però, c'è un po' di confusione in merito, e non tutti riescono a considerare questa disciplina nella giusta prospettiva,  finendo per mitizzare qualcosa che attiene più all'ottimizzazione, che non alla strategia.

Senza entrare troppo nel merito, e guardando questa disciplina dall'esterno, senza giudizi preconcetti, si può affermare che il personal branding si basi su:

  • conoscere se stessi;
  • mostrarsi agli altri;
  • iniziare un percorso di crescita.

Il guru australiano del personal branding, Glen Campbell di Brandheart.com.au, sostiene che per iniziare un buon percorso in questo senso, si debba partire da cinque domande fondamentali:

  1. Chi sei davvero, oggi?
  2. Qual’è il tuo “te stesso” ideale?
  3. Perché hai bisogno di cambiare?
  4. Come puoi diventare il tuo migliore te stesso?
  5. Chi può aiutarmi?

Queste domande sono alla base del percorso che porterà ad un cambiamento perenne, che parta dalla consapevolezza che:

"Personal branding is not about the external manifestation, what you wear and your style and manner. Well before that it's about the internal drivers that increase self-awareness and self-control; that enable a leader to consistently respond as their best self".

Si tratta dunque di un processo che parte dall’interno, non dalle manifestazioni esteriori, primo e più frequente errore che in troppi commettono, quando cercano di mostrarsi per qualcosa di diverso da quello che sono, magari attraverso un look o uno stile particolare nel vestire o nell’atteggiamento.

In realtà, si tratta piuttosto di mettere in pratica una serie di regole di buon senso, di onestà intellettuale, di impegno, di serietà e di disponibilità. Un mix che potremmo riassumere in:

  • acquisire e migliorare costantemente solide competenze, meglio se specialistiche;
  • far bene le cose, come filosofia di vita e di lavoro;
  • curare la propria immagine e la propria reputazione;
  • credere in se stessi e in quello che si fa;
  • fare in modo che gli altri credano in noi e ci valutino nel modo giusto.

Quest'ultimo punto nasconde già un'insidia non da poco. L'obiettivo di una buona pratica di personal branding, infatti, non dovrebbe essere quello di farci valutare nel modo migliore, come in troppi sostengono, ma in quello giusto.

Siamo su un vero e proprio campo minato, quando parliamo di personal branding, perché il rischio che una buona pratica sia confusa con un'alchimia o come un trucco è forte. L’obiettivo è quello di ottenere la giusta considerazione, di essere valutati per quello che valiamo davvero; non quello di essere sopravvalutati o stimati al di sopra delle nostre reali competenze o capacità.

Ma se questa pratica non ci garantisce di arrivare più in alto di quanto non riusciremmo da soli, a cosa serve davvero il personal branding? Partiamo dal primo requisito: conoscere se stessi. Si tratta di uno step fondamentale e del motivo principale per cui si deve decidere di mettere in atto un percorso in questa direzione.

Noi non siamo davvero né la persona che gli altri vedono e giudicano dal di fuori, né quella che noi stessi riteniamo di essere. Siamo qualcosa di diverso e quel qualcosa molto spesso non è localizzabile in un punto sulla linea retta che unisce la nostra considerazione di noi stessi a quella degli altri. Quasi sempre è qualcosa di completamente diverso, che per prima cosa dobbiamo assolutamente imparare a conoscere bene.

Dobbiamo assolutamente capire:

  • chi siamo;
  • cosa sappiamo;
  • cosa vogliamo;
  • dove siamo;
  • dove vorremmo arrivare;
  • chi sono le persone che ci circondano;
  • qual’è il nostro approccio verso gli altri;
  • come vorremmo essere, senza snaturare noi stessi e senza imitare nessuno.

Da questo punto di partenza, difficile, lungo e complesso, inizierà un percorso di cui dovremo necessariamente comprendere il senso e il motivo. Perché riteniamo importante intraprendere un percorso di personal branding? Cosa speriamo di ottenere? Quali sono gli scopi e gli obiettivi che perseguiamo?

Non è ovviamente possibile rispondere a queste domande, se non in modo individuale, ciascuno per sé e in relazione alla propria personale esperienza di vita, in base ai propri traguardi e alle proprie ambizioni. Ma certamente si possono tratteggiare i principali errori di prospettiva che in troppi compiono, in relazione a questa materia.

Torniamo al nostro “personal branding mix”, analizzando punto per punto le voci della nostra checklist ideale.

Alla base di tutto c’è la necessità inderogabile di acquisire e migliorare costantemente solide competenze, quanto più possibile specialistiche. Esistono moltissimi guru del nulla e dell’ovvio, ma i rarissimi veri guru lo sono diventati con anni di esperienza e di studio in una specifica nicchia. Senza le competenze, fare personal branding è impossibile, perché fingere di sapere è una strategia che non dura e che non porta nulla di buono.

L’errore che fanno in molti? Millantare competenze o ritenere che competenze teoriche ed esperienza pratica della materia non siano due pilastri indissolubili. Sapere e saper fare non sono la stessa cosa, ma sono entrambi necessari per crescere e migliorare davvero nel proprio lavoro e nella vita quotidiana.

Occorre poi far bene le cose, sembra banale, ma questo mantra, “far bene le cose”, deve essere scolpito nella mente e nel cuore come filosofia di vita e di lavoro. Nessuna immagine e nessun look o modo di fare, potrà mai sostituirsi a questa pratica, tanto meno un percorso di personal branding che sia intrapreso a compensazione di lacune e difetti.

Importante è ovviamente anche curare la propria immagine, ma questa buona pratica non deve mai essere sopravvalutata. Non siamo quello che indossiamo e nemmeno quello che diciamo. Siamo quello che facciamo, siamo il modo in cui trattiamo le persone, siamo le nostre competenze e le nostre capacità immerse nella pratica quotidiana.

Fondamentale è curare la propria reputazione, ovvero fare in modo che essa non sia minacciata dagli altri, ma nemmeno dai nostri atteggiamenti, dalle nostre azioni e da tutto quello che ci sforziamo di fare per migliorarla. La cura dell’immagine e della reputazione sono pratiche efficaci e corrette sino a quando non diventano ossessioni, finendo per far crollare un palco fatto di apparenza, prima e ancor più che di sostanza.

Ma i nodi più delicati sono quelli che riguardano i punti:

  • credere in se stessi e in quello che si fa;
  • fare in modo che gli altri credano in noi e ci valutino nel modo giusto.

Ecco la parte più difficile, quella che richiede maggiore dedizione e che, molto spesso, presenta i rischi peggiori.

Quanto credo in me? Quanto credo in quello che faccio e in quello che dico? E quanto ci credono gli altri? Sono le domande più difficili, soprattutto perché totalmente prive di metriche di riscontro e di comparazione. Nel novero degli “altri”, inoltre, ci sono così tante categorie di persone che diventa davvero difficile generalizzare o calcolare una media.

Sono altri quelli che ci vogliono bene e che ci conoscono a fondo, ma anche quelli che ci detestano senza sapere nulla di noi, quelli che ci invidiano, quelli che ci stimano e quelli che ci sottovalutano. Occorre fare un grande sforzo per individuare un giudizio ricorrente o medio, ma è da questa immagine che scaturisce il senso del lavoro che dovremo fare su noi stessi.

Le casistiche possibili sono molteplici:

  • non crediamo in noi stessi e non ci stiamiamo;
  • crediamo in noi stessi e ci stimiamo ad un livello paragonabile a quello della media degli altri;
  • crediamo in noi stessi e ci stimiamo meno di quanto facciano gli altri;
  • crediamo in noi stessi e ci stimiamo più di quanto facciano gli altri;
  • gli altri non credono in noi e non ci stiamano;
  • gli altri ci ignorano completamente;
  • gli altri ci detestano e ci emarginano.

Questa valutazione preliminare è fondamentale per iniziare un percorso di personal branding, ma occorre diffidare da chiunque ci prometta che alla fine del percorso avremo ribaltato la situazione iniziale, se nella ricetta per il cambiamento non è previsto un grande lavoro su di noi, prima ancora e piuttosto che sugli altri.

Il lato oscuro del personal branding, infatti, è insito nella sua proposizione commerciale, nel modo in cui troppi professionisti e consulenti tentano di vendere questa pratica e questa disciplina ai propri clienti. Stesso approccio di qualunque altro servizio o prodotto commerciale: lo compri e risolvi!

In realtà con il personal branding non funziona così, perché non c’è niente di peggio che usare il “doping” per migliorare l’immagine di qualcuno. Il senso più autentico di questa disciplina, al contrario, è quello di far crescere di pari passo la persona e la sua immagine e reputazione, affinché dall’esterno la si consideri dinamicamente per quello che è, piuttosto che per quello che sembra o in funzione di pregiudizi, positivi o negativi che siano.

Non c’è nulla di peggio che stringere la mano ad una persona che ti sottovaluta o che ti sopravvaluta, perché la relazione che ne scaturirà sarà falsata in partenza, con tutti i rischi che ne conseguono. Ecco perché l’approccio giusto a questa pratica è:

  • conosciti a fondo;
  • trova il “te stesso” di partenza;
  • apprezzati per quello che sei;
  • migliorati senza fingere, senza recitare e senza cercare “trucchetti”;
  • apprezza il nuovo “te stesso”;
  • proponi all’esterno con onestà il “te stesso” che sei diventato e lascia che chi ti è più vicino ti aiuti in questo percorso;
  • migliorati ancora, conosciti meglio, lavora su te stesso, prima che sull’immagine che hanno gli altri di te.

Questo modo di concepire il personal branding ti eviterà di diventare il “pupazzo di te stesso” e farà davvero di te un brand spendibile, non soltanto in termini di ritorno economico e di carriera, ma soprattutto sul piano umano.

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