Per uscire dalla crisi occorre ripartire dall’abc della cultura aziendale

     Aziende e Business      Claudio Gagliardini

La cultura aziendale è alla base del lavoro e del business e rappresenta la vera differenza in grado di tenere in piedi le aziende in quanto squadra e in quanto gruppo.

Per uscire dalla crisi occorre ripartire dall’abc della cultura aziendale

La crisi non esiste, lo scriviamo spesso, ma siamo davvero convinti che essa sia soltanto un comodo alibi per allontanarci dal focus del problema: occorre ridefinire il concetto stesso di business, di lavoro, di società. Qualcosa si sta muovendo però, in questa direzione, perché dalle ceneri di alcune aziende distrutte, stanno rinascendo nuove forme e nuove idee di impresa, mentre è sempre più consistente, almeno dal punto di vista numerico, il fronte delle startup.

Ma cosa distingue principalmente una vecchia azienda da una fiammante startup? Crediamo che i tratti distintivi più forti, al di là delle questioni schiettamente tecnologiche, siano individuabili nella cultura aziendale, codificata e stratificata da decenni di rielaborazioni e revisioni, nel primo caso, spontanea, ingenua e più autentica nel secondo.

Potranno anche non funzionare, le startup, come in troppi sostengono. Potranno anche avere un modello di business che fa acqua da tutte le parti o che è insufficientemente chiaro o definito, ma nella maggior parte dei casi quello che non difetta agli startupper è un modo nuovo di concepire il lavoro e l’impresa. Non diciamo che questo nuovo modello sia esente da errori o che non sia migliorabile. Non diciamo nemmeno che funzioni di sicuro o che non sia esso stesso da mettere a punto. Ma di certo è un modello nuovo, che le vecchie aziende devono almeno prendere in considerazione.

Se la cosiddetta crisi sta divorando aziende e lavoro, infatti, non di meglio sta facendo la vecchia cultura aziendale, ormai logora e del tutto inefficace ad affrontare i tempi e le necessità del business, dei lavoratori e della società. Sono davvero pochi, i lavoratori felici, in giro per l’Italia (e non solo). Per molti datori di lavoro, peraltro, la felicità dei dipendenti e dei collaboratori coinciderebbe con il fatto stesso di avere un lavoro e di portare a casa dei soldi. Ma non è così.

La “crisi” ci ha portato via il “posto fisso”, ci ha tolto quasi tutte le certezze e ha profondamente cambiato la società. Ma la priorità delle aziende era e resta quella di fare soldi, di combattere la crisi con l’acquisizione di nuovi clienti, prima ancora che con la revisione dei processi di produzione e dell’organizzazione aziendale.

Prima di tutto c’è il business, come se esso fosse svincolato dai parametri che contribuiscono a generarlo.

Cosa dovrebbe fare, invece, un imprenditore “illuminato” per tentare di cambiare le cose e di creare una nuova cultura aziendale? Proviamo a immaginare un breve percorso:

  • Entrare in azienda come se fosse la prima volta. È la cosa più importante da fare. Chiunque entrasse nella nostra azienda senza esserci mai stato noterebbe decine di cose, piccole diversità da altri contesti, piccole stranezze, cose da cambiare, atteggiamenti sbagliati, piccoli vizi ed errori da correggere. Ma anche parecchie opportunità di miglioramento.  Quello che c’è da fare è prendersi un giorno libero in azienda, entrarci come uno che viene a trovare un ex collega e che guarda le cose da fuori, con le orecchie e la mente aperta.
  • Parlare con dipendenti e collaboratori, piuttosto che limitarsi ad impartire ordini. Dopo aver visto come stanno le cose e dopo aver messo a punto una lista di situazioni da migliorare e di cose da cambiare, aprire il dialogo con tutti e con ciascuno dei collaboratori è il modo giusto per iniziare una nuova era.  L’obiettivo? Rendere il lavoro quello che dovrebbe sempre essere: una passione che ci fa vivere e crescere, piuttosto che un modo qualsiasi per sbarcare il lunario e portare a casa dei soldi.
  • Elaborare un piano di ridefinizione della cultura aziendale. Ecco la parte più difficile. Certe cose non si trovano su Google, pronte da scaricare, ma ciascuna azienda deve elaborare da sola il proprio percorso, diverso da tutti gli altri. Sono molteplici le variabili e la sola comune a tutti i settori e a tutti i business è l’assoluta improrogabilità di un vero cambiamento. Ma quali sono gli aspetti su cui lavorare?

Ecco i principali e i più comuni:

  1. chi è dentro l’azienda conta quanto e ancor più dei clienti e la sua soddisfazione è tra i principali obiettivi di un’azienda sana;
  2. la formazione non è un obbligo da adempiere con il dubbio che si tratti di tempo perso, ma parte integrante del lavoro che, senza di essa, non andrà mai lontano;
  3. la promozione parte da dentro l’azienda, se da dentro non si compra e non si usa con entusiasmo quello che si produce, dall’esterno non potrà mai arrivare nessun successo;
  4. l’orario di lavoro non è un capestro, ma una convenzione stabilita per ottimizzare il lavoro stesso, ma se crea problemi e difficoltà ai nostri collaboratori, esso è solamente un ostacolo;
  5. il lavoro in azienda non è l’unico possibile e nemmeno sempre il più efficace;
  6. l’abito non fa il monaco e nemmeno il lavoratore, ma spesso fa la persona, circostanza che deve indurre chi seleziona il personale a ragionare non in termini di imposizione di un determinato abbigliamento, ma in funzione della assoluta necessità di accettare e di rispettare le persone per quello che sono, prima ancora di considerarne l’impiego;
  7. la cultura aziendale è fatta di conoscenza, di condivisione e di passione, prima ancora che di regole, ma le regole aiutano a coltivarla nel modo giusto, senza che nessuno la imponga e senza che nessuno la subisca.

Ridefinire la cultura aziendale significa dunque sedersi attorno a un tavolo, come fanno i padri costituenti delle nazioni, e mettere nero su bianco le linee guida della vita in azienda, delle relazioni interpersonali, del lavoro e del business.

Quest’ultimo punto è quanto mai cruciale, perché l’attuale cultura aziendale pecca soprattutto dal punto di vista della condivisione degli obiettivi tra l’azienda e i suoi collaboratori. Se è vero, infatti, che la differenza principale tra un imprenditore e un dipendente, passa attraverso la loro visione del guadagno e dell’atto stesso del “fare i soldi”, nello scenario attuale questa differenza diventa un abisso in grado di risucchiare gli uni e gli altri.

Perché, infatti, un dipendente accettava senza troppi problemi l’idea di essere tale, piuttosto che imprenditore? Per la certezza che egli ricavava dal “posto fisso”, più che altro. L’imprenditore avrà più soldi di me, pensava, ma io ho un posto sicuro e saprò sempre di quanti soldi potrò disporre, mentre lui alternerà momenti di gloria a brusche cadute.

Oggi le cose sono profondamente cambiate. La maggior parte delle aziende non ha più dipendenti, ma collaboratori occasionali, partner, freelancer di riferimento. Impossibile pensare che, in queste condizione, imprenditori e collaboratori abbiano obiettivi e punti di vista molto diversi. È cambiato semplicemente tutto. Ecco perché occorre condividere anche gli obiettivi di business e considerarli parte di una cultura aziendale più vasta, che esca fuori dal posto di lavoro ed entri nel DNA dei collaboratori.

E che entri soprattutto nel nuovo modello di cultura aziendale che avremo definito con i nostri collaboratori e che rappresenterà, prima di ogni altra differenza, la vera fonte di unicità della nostra azienda. Ecco, se sapremo lavorare bene su questo aspetto, non avremo mai più bisogno di inventare slogan per convincere la gente a comprare da noi, ma avremo un ottimo motivo nel nostro DNA.

È per questo che occorre lavorare sulla cultura aziendale, perché è alla base del lavoro e del business e rappresenta la vera differenza in grado di tenere in piedi le aziende in quanto squadra e in quanto gruppo. La crisi, ammesso che esista, si può battere solamente così!

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