Interfacce Neurali: nuova frontiera della tecnologia?

     Nuove tecnologie      Claudio Gagliardini

Cosa ci riserva la tecnologia, per il futuro? Nuovi dispositivi, sempre più performanti, o nuove capacità per gli esseri umani, tramite impianti neurali e protesi tecnologiche? Stiamo per diventare dei cyborg?

Interfacce Neurali: nuova frontiera della tecnologia?

Non bisogna scomodare la fantascienza, per capire che siamo sempre più vicini ad una vera e propria “ibridazione” tra uomini e macchine che, a breve, saranno in grado di interagire in modo sempre più “naturale” attraverso la rete. Distinguere le persone reali dalle intelligenze artificiali è una sfida che già oggi ci mette alla prova, ma ben presto queste ultime saranno in grado di emulare perfettamente gli esseri umani e di superarli su molti fronti.

C’è una sottile differenza tra gli esseri umani e le macchine, oggi. Le seconde, collegate in rete, possono già comunicare tra loro senza nessuna interfaccia, scambiandosi qualsiasi genere di informazione. Gli uomini, invece, possono comunicare tra loro in modo diretto soltanto se sono sufficientemente vicini gli uni agli altri per parlarsi, altrimenti debbono utilizzare dei dispositivi esterni. Questa possibilità non è nuova per l’umanità, che da alcuni secoli riesce a comunicare a distanza grazie a strumenti sempre più sofisticati, ma le macchine ci hanno già sorpassato, sebbene in grado di comunicare tra loro da molto meno tempo.

Il grande processo di ibridazione tecnologica tra uomo e macchine è ancora agli albori, ma presto questa era potrebbe lasciare spazio ad una nuova realtà, in cui anche le persone saranno connesse alla rete e tra loro senza dover utilizzare nessun dispositivo. Le smart city del futuro saranno animate da quello che qualcuno già definisce “internet of everything”, fatto di macchine, uomini, intelligenze artificiali e umane in grado di interfacciarsi tra loro in tempo reale e probabilmente in modo diretto.

Stiamo infatti entrando nell’epoca delle interfacce neurali, sin qui studiate soprattutto in ambito medico per aiutare soggetti afflitti da particolari disabilità, ma quasi certamente destinate a rappresentare un passaggio fondamentale, per il genere umano, con enorme impatto e ricadute sul piano etico e con molti rischi e interrogativi, a fronte di infinite opportunità.

Le interfacce neurali, Brain-Computer Interface (BCI, "interfaccia cervello-computer"), sono mezzi di comunicazione tra il sistema nervoso centrale e un computer, che può essere così gestito direttamente attraverso il pensiero, invece che per mezzo di periferiche di acquisizione dati come, ad esempio, una tastiera o un microfono.

Il confine tra sopperire ad una disabilità e acquisire nuove capacità, che non sono proprie dell’essere umano, è però labile. Durante le ultime Olimpiadi, ad esempio, ha tenuto banco la questione legata alle protesi del sudafricano Pistorius, che gli hanno permesso di gareggiare tra gli atleti normodotati e che, probabilmente, in futuro potrebbero permettere prestazioni addirittura superiori, ingenerando negli uomini il desiderio di “aggiornare” il loro corpo e di renderlo più performante.

Gli eccessi della chirurgia estetica, del resto, ci hanno ampiamente dimostrato come le persone possano arrivare a rischiare moltissimo, nel tentativo di migliorarsi. Perché non dovrebbero, a breve, desiderare delle protesi bioniche o addirittura un impianto neurale che ne aumenti le capacità e le opportunità?

Su questo terreno si stanno già muovendo in molti. La medicina, tra tutti, ma anche la scienza in generale, l’industria e forse anche alcuni dipartimenti militari, in giro per il mondo (la statunitense DARPA, ad esempio, sta portando avanti dal 2010 il progetto Reliable Neural-Interface Technology, RE-NET). La conoscenza del cervello e delle sue possibilità ha quasi raggiunto il livello oltre il quale c’è soltanto una strada, da sperimentare: quella della tecnologia integrata, dell’ibridazione fisica tra uomini e macchine.

Difficile comprendere oggi quali potrebbero essere le ricadute di queste tecnologie, ma è cosa certa che queste si diffonderanno rapidamente e che, non sappiamo quando, avremo uomini in grado di fare cose che tutti gli altri non riescono neanche lontanamente ad avvicinare.

La realtà aumentata di cui stiamo facendo la conoscenza in questi anni è soltanto l’inizio. Con un impianto neurale saremo in grado di aumentare i nostri sensi senza dover utilizzare nessun dispositivo, di aumentare la nostra memoria e la nostra capacità di apprendimento, di comunicare non soltanto le nostre idee, ma anche i nostri stati d’animo, le nostre percezioni, le sensazioni ed emozioni che sin qui riuscivamo a stento a descrivere.

Uno scenario affascinante e al tempo stesso terribile, dal quale non sembriamo poi troppo lontani, a giudicare dalla rapidità con cui le tecnologie si sono sviluppate, diffuse e imposte a carattere globale negli ultimi anni. Chi pensa che tutto questo sia pura fantasia, provi a ricordare in che anno è stato presentato l’iPhone, che oggi diamo assolutamente per scontato e che addirittura ci sembra non faccia poi nulla di così speciale. Era il 2008, appena 7 anni fa e sembra passato un secolo.

Nel frattempo utilizziamo smartphone e tablet per fare cose che fino a pochissimi anni fa richiedevano la nostra presenza fisica e molto tempo perso; ci guardiamo film, ci ascoltiamo musica, li usiamo per fruire di applicazioni di ogni genere e non ne possiamo fare più a meno. Sono questi oggetti ad attrarci o quello che ci permettono di fare? Sono ancora degli status symbol, oppure si tratta di strumenti che davvero ci aiutano a vivere meglio?

Ecco la chiave del problema, anche in termini etici: l’uomo avrà sempre il desiderio inarginabile di migliorare, di battere record, di fare di più, di meglio e con meno fatica e rischio. Ecco perché le interfacce neurali potrebbero a breve non essere più percepite come una minaccia, ma desiderate come l’inizio di un’esistenza nuova, aumentata, potenziata. Ai posteri, l’ardua sentenza...

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